«Nel porto-canale, le grandi barche da pesca arrivano ad ogni ora, ad alta

notte, all’alba. Il pesce brilla nelle ceste, per terra, nei mercati attorno alle

antiche costruzioni saracene. Quello di questi marinai non è un mestiere facile, ma duro e povero».

CARLO LEVI, «Mazara», in ABC. Giornale della domenica, n. 12, Milano 1960, p. 8.

 

Mazara del Vallo sorge su un antico sito fenicio posto lungo la costa occidentale della Sicilia, tra Capo Boeo e Capo San Marco, sulla sponda sinistra della foce del fiume Màzaro e ad una distanza di circa 200 km dalle coste della Tunisia. Città di circa 55.424 abitanti, il cui centro storico un tempo era racchiuso dentro le mura normanne, con numerose chiese monumentali e un suggestivo quartiere a impianto urbanistico islamico tipico delle medine, denominato Casbah. 

Allo stato attuale la città ospita circa 3000 immigrati, in massima parte provenienti dal Maghreb (ma molti anche dal mondo slavo) che vivono in città da oltre 30 anni, impiegandosi nelle attività agricole, pescherecce e artigianali. L’economia si basa principalmente sulla pesca, l’agricoltura, l’industria cantieristica e alimentare.
La città si estende sulla foce del fiume Màzaro, da cui prende il nome. Le prime tracce di insediamenti umani risalgono al Paleolitico Superiore, circa 14.000 anni fa e sono documentate in alcuni ripari naturali lungo il corso del fiume Màzaro e sul pianoro di Roccàzzo, situato presso la borgata Costiera.  Lo storico Diòdoro Sìculo definisce Mazara un “empòrion” fenicio ed anche un avamposto di confine della città greca: Selinunte.
Allo stato attuale la città ospita circa 3000 immigrati, in massima parte provenienti dal Maghreb (ma molti anche dal mondo slavo) che vivono in città da oltre 30 anni, impiegandosi nelle attività agricole, pescherecce e artigianali. L’economia si basa principalmente sulla pesca, l’agricoltura, l’industria cantieristica e alimentare.

La Piazza della Repubblica, con al centro la Statua di S.Vito Martire, del 1771, opera di Ignazio Marabìtti, è delimitata dal prospetto occidentale della Basilica Cattedrale, dal palazzo Vescovile, dal Seminario e dalla “moderna” facciata dell’ex palazzo municipale.

Il Seminario dei chierici, che occupa il lato meridionale della piazza, fu ristrutturato intorno al 1744 dall’architetto trapanese Giovanni Biagio Amico; esso presenta un doppio loggiato con archi di tipo classicheggiante e attualmente ospita il Museo Diocesano.
All’estremità destra del loggiato del Seminario c’è la
fontana pubblica, posta in opera nel 1887 in occasione dell’inaugurazione dell’acquedotto che doveva fornire acqua potabile ai cittadini.

Il Museo Diocesano, inaugurato nel dicembre del 1993, espone importanti suppellettili liturgiche del tesoro della Cattedrale, altre opere di argenteria sacra, provenienti da diverse chiese della Diocesi trapanese ed anche alcuni affreschi provenienti dalla chiesa di Sant’Ignazio.

Il Palazzo Vescovile situato sul lato settentrionale della Piazza, fu trasportato qui dal vescovo Bernardo Gàsco nel XVI sec. e ingrandito e abbellito dai vescovi della Diocesi nel corso dei secoli. Al piano terra della facciata si apre un grande portale, fiancheggiato da colonne e, al primo piano, un ampia balconata centrale. La facciata poi termina con un loggiato aperto, che si collega alla chiesa di S.Caterina ed al passaggio sopraelevato detto “Tocchètto”, che consentiva al vescovo ed ai preti di passare da un edificio all’altro, evitando la folla della piazza.

La Basilica Cattedrale è una struttura architettonica dall’aspetto composito, dovuto ai molteplici
rifacimenti e restauri. L’antica costruzione risale ai normanni e fu fatta costruire dal Conte Ruggero di Altavìlla tra il 1085 e il 1093, che volle dedicarla al SS. Salvatore come ringraziamento della vittoria cristiana contro i musulmani e posizionarla nel luogo dove si era combattuta la battaglia, proprio di fronte al mare, come baluardo in difesa della Cristianità, proprio sull’area di una precedente moschea musulmana, la cosiddetta “Muschìta Màgna”. Dell’antica struttura normanna però rimangono soltanto alcuni elementi e l’assetto attuale del duomo è invece il rifacimento barocco del 1690, effettuato a spese del Vescovo di allora, Mons. Graffèo. All’interno sono custodite parecchie opere d’arte: sarcofagi ellenistici, urne romane, una croce lignea dipinta del ‘200, un affresco raffigurante il Cristo Pantocratòre del sec. XIII, suppellettili sacre in oro e argento, sculture di Antonio e Antonello Gagìni e pitture del Giambecchìna.

La Piazza Mokàrta secondo la leggenda, deve il suo nome al mitico condottiero arabo, Mokàrta, sconfitto dal Conte Ruggero, nel 1075.

L’ arco normanno è il maestoso “rudere”, unico resto dell’antico Castello costruito dal Conte Ruggero alla fine dell’XI secolo, che occupava all’incirca l’area dell’attuale Villa comunale. Il Castello aveva forma quadrangolare con gli angoli rinforzati da torri merlate ed era collegato alla doppia cinta muraria che difendeva la città. Fra le sue mura nel 1097 si tenne il primo Parlamento Siciliano convocato da Ruggero I di Sicilia.
Nella stessa piazza, presso la grande scalinata che scende al Lungomare, c’è la fontana con la scultura in bronzo dell’artista mazarese Pietro Consagra: Gente Venuta dal Mare” che rappresenta la nascita dell’uomo dalle acque, mentre gli zampilli che tendono verso il mare, suggeriscono un ideale ritorno alle origini della popolazione mazarese.

Il Museo del satiro, ubicato nella ex chiesa di Sant’Egidio in piazza Plebiscito, custodisce la splendida statua bronzea del “Satiro Danzante”, capolavoro della scultura greca ed altri pregevoli reperti di archeologia subacquea.
La statua, alta circa m 2,40, rappresenta la figura di un giovane, nudo, mentre compie un vorticoso passo di danza in preda all’ebbrezza dionisiaca. La qualifica di “Satiro in estasi nacque dal confronto con altre antiche  riproduzioni su gemme e rilievi, sulla ceramica ateniese e con la già famosa statua della “menade danzante” di Skòpas, scultore greco del IV sec. a.C.
La statua del Satiro fu rinvenuta casualmente nel Canale di Sicilia, tra l’isola di Pantelleria e l’Africa, dal motopesca mazarese di ‘Capitàn Cìccio’. Nel 1998 fu recuperata la gamba sinistra e il 4 marzo del 1998 il resto del corpo.  Compresa subito l’importanza eccezionale del rinvenimento, la statua fu affidata ai tecnici dell’Istituto Centrale del Restauro di Roma che riuscirono ben presto a restituirle l’antico splendore. Si ipotizza che la statua facesse parte del carico di una nave naufragata tra la Sicilia e Càpo Bòn.

Di fronte al Museo del Satiro si trova l’ex Collegio dei Gesuiti, costruito intorno al 1672.  Esso si sviluppa su due piani e presenta un prospetto in stile barocco con al centro un portale di gusto popolaresco fiancheggiato da Telamòni su cui si apre una balconata.
L’interno si articola in un atrio porticato di tipo classicheggiante, e conserva pregevoli affreschi, fra cui quello attribuito al pittore trapanese Domenico La Brùna, dal titolo “La Resurrezione di Cristo”, che occupa la volta della omonima stanza.
L’edificio, in passato ha ospitato il Centro Polivalente di Cultura, la Biblioteca Comunale, il museo Civico, il museo di Consàgra e, al piano superiore, la storica sede del Liceo Classico “Gian Giacomo Adria” di Mazara del Vallo cui si accedeva dalla via Nicolò Tortorìci.

Annessa al Collegio dei Gesuiti è la Chiesa di Sant’Ignazio, dedicata a Sant’Ignazio di Loyola, fondatore dell’Ordine, di essa rimane la bellissima facciata con portale barocco con il bassorilievo del Santo, probabile opera del Marabìtti. Eretta intorno al 1701 e crollata nel 1936, essa rappresenta l’unico esempio mazarese di chiesa a pianta ellittica con doppia fila di colonne binate che separano il deambulatorio dal corpo centrale. Sulle pareti interne sono stati rinvenuti splenditi affreschi del pittore trapanese Domenico La Brùna raffiguranti le vicende della vita del Santo e attualmente custoditi nel museo diocesano.
Dalla piazza Plebiscito salendo per la via Santa Teresa, procedendo attraverso stradine interne e passando davanti ad altre chiese antiche, si giunge nella piazza Ettore Dìtta (ufficiale caduto in guerra nel 1942), dove c’è la chiesa di San Nicolò di Bari.

La piazza, tramite un’ampia gradinata, si affaccia sulla via del Molo Comandante Càito, strada che costeggia il fiume Màzaro, mentre a fianco della chiesa, una stradina, la via Marina, scende verso il molo e il porto canale.
Scendendo per questa stradina poco oltre, sulla sinistra incontriamo la Chiesa di S. Nicolò Regale, piccolo gioiello dell’architettura arabo–normanna,  fatta costruire dal Conte Ruggero nel secolo XII.

Il fiume Màzaro, ricordato con questo nome dallo storico Diodòro Sìculo già nel II sec. a.C., segnava il confine territoriale fra la zona di influenza greco-selinuntina e quella punico-lilibetàna. Esso nasce dallo sperone collinoso dominato da Salèmi ed era navigabile per un buon tratto fino a tempi abbastanza recenti, quando si riusciva a fare il dragaggio completo. Alla sua foce si sviluppa il porto canale, elemento portante della marineria mazarese e dello sviluppo economico della città.
La foce del fiume Mazaro è soggetta al fenomeno del “marrobbio”: rapida, improvvisa e sensibile variazione del livello delle acque in alcuni periodi dell’anno, soprattutto in primavera ed in autunno. Strano fenomeno a cui gli arabi, sbarcati a Mazara nell’827, e non essendo riusciti a trovare una spiegazione logica, attribuirono un significato “magico/spiritico” pensando che il fiume fosse posseduto dagli spiriti.
Da S.Nicolò Regale andando sulla destra si giunge in piazza Regina.
In questa piazza sulla sinistra all’interno di uno dei tanti cortili tipici sono ancora visibili alcuni elementi strutturali dell’urbanistica islamica antica.

Da questa piazza salendo per la via Abate Calìa, poi per via della Barca giungiamo nella via Pilàzza, inoltrandoci nel cuore della così detta “Casbah” mazarese, quartiere ad impianto urbanistico di tipo islamico. Attraverso queste tortuose e articolate stradine, veri percorsi labirintici dove si possono  ancora ammirare le antiche strutture dell’impianto islamico: archi, atrii, scale, lavatoi, che costituiscono la costante di tutto il quartiere nord-occidentale del centro storico, si raggiunge la via Bambino, o “via Bambina” e proseguendo sulla destra ci troviamo in un antico  cortile, detto Lù Pìcu”, che con i suoi lavatoi, era, per così dire, il “servizio comune di lavanderia” per le donne che vi abitavano.

In questo quartiere si trova la  Chiesa di San Francesco d’Assisi fatta costruire verso la fine dell’XI secolo dal Conte Ruggero d’Altavìlla in sostituzione di una precedente chiesa a tre navate dedicata a San Biagio, della quale sono rimaste visibili sul lato esterno le grandi arcate a sesto acuto incorporati della struttura barocca della chiesa. Infatti nel 1680, per volontà del vescovo monsignor Graffèo, la chiesa venne quasi interamente ricostruita in stile barocco e dedicata a San Francesco di Assisi.
Accanto alla chiesa fin dal XIII secolo si sviluppò un convento francescano che negli anni è stato più volte rimaneggiato, ma recentemente ristrutturato.
Da qui attraverso la via S.Francesco, si raggiunge la via Bagno, e, piegando verso sinistra, la piazzetta Porta Palermo.
Dalla piazzetta Porta Palermo si dipartono due strade: la via Bagno, uno “shàri” della Mazara musulmana, cioè uno dei due principali assi viari della città, e la Via Porta Palermo che delimita il lato occidentale del quartiere della Giudècca.

Il quartiere Giudècca, cuore del Quartiere giudaico, fu abitato dagli ebrei fino al 1492. Vi si arriva dalla via del Turco, prima strada a sinistra imboccando la Via Porta Palermo.
Questo antico quartiere è attraversato dal Vicolo degli Aragonesi, in ricordo della omonima dominazione. Limite meridionale del Quartiere Giudecca, è la Via Goti attraversando la quale si arriva nella piazzetta S. Michele.
La Chiesa di S. Michele Arcangelo, fondata nel XII sec. per iniziativa dell’emiro Giorgio di Antiòchia, ammiraglio del Conte Ruggero e collegata al coevo Monastero benedettino, originariamente era un’antica chiesa abbaziale normanna, ma venne completamente rifatta tra il 1627 e la seconda metà 1700, da Mons. Spinòla assumendo l’attuale aspetto tra il tardo-barocco e il classicheggiante.

In essa oltre allo splendido affresco del pittore mazarese Tommaso Sciacca, raffigurante il Trionfo di San Michele e la statua argentea di San Vito Martire, protettore della città, si trovano altre opere tardo barocche di splendida fattura: la cantoria, i coretti con balconi e grate “a petto d’oca”, pavimento in maiolica, stucchi e statue con Figure allegoriche di scuola serpottiàna.
Mentre all’interno del Monastero benedettino, annesso alla chiesa, è custodito il bastone seicentesco d’argento della Badessa.
Nel Monastero vivono, pregano e lavorano le Monache di Clausura, da sempre famose per gli ottimi dolci e pasticcini che preparano e vendono e che, ancora oggi, si possono acquistare. Le Monache inoltre si dedicano ad attività di apostolato e gestiscono anche un servizio di “Foresteria Monastica” per visitatori e turisti.
Sul lato settentrionale della stessa piazza inizia la via Sant’Agostino che conduce all’omonima Chiesa situata nel quartiere denominato Xìtta, dove viveva la ricca e numerosa comunità ebraica di Mazara, fino al 1492 quando gli ebrei furono cacciati dalla città, l’antica Sinagoga fu trasformata in chiesa e dedicata a Sant’Agostino, ma in seguito completamente ricostruita durante la fase delle ricostruzioni tardo barocche che interessò tutta la città.
Da S.Agostino proseguendo per la via Castelli e poi per la via Badiella, nei pressi dell’ufficio postale, si raggiunge la ex chiesa-convento di Sant’Agnese, eretta intorno al 1596, prima sede episcopale, oggi ospitante uffici amministrativi comunali.

In questa zona, dove negli anni ’30 del 1900, furono costruite due scuole pubbliche tuttora esistenti, si trova la Chiesa di Santa Venerànda, uno degli esempi più interessanti del barocco siciliano con portale di gusto rococò. Essa è la ricostruzione della chiesa originaria annessa al monastero benedettino che sorgeva nelle immediate vicinanze, edificio ora sede della biblioteca comunale.
Da S.Veneranda andando verso la via Garibaldi ci si inoltra nella via Pìno, o Pìgno, dove un bellissimo rudere, decorato con bugne a punta di diamante definite, pìcos, ricorda la “Porta di Lù Pìgnu”, antico portale del Palazzo Scudèri D’Annibale, del XV sec.
La  Via Garibaldi, che collega piazza della Repubblica con la Piazzetta Chinèa, in passato era detta via delle Maestranze perché in essa si aprivano parecchie botteghe di artigiani ed i migliori negozi della città.
Piazza Chinèa era comunemente detta piazzetta Canèa, perché era la sede del vecchio mercato della comunità araba della città.
Da qui piegando verso la via Porta Palermo ci si immette nella piazzetta S.Bartolomeo, dove troviamo la ex chiesa di S. Bartolomeo,  costruita ad opera del vescovo De Rubeis nel 1601/1602, come testimoniato dalle date inserite nelle calotte interne sovrastanti la navata destra della chiesa, ma trasformata oggi in museo Civico, “Mirabilia Urbis” dove, fra l’altro, sono custoditi i reperti rinvenuti nelle tombe preistoriche sul pianoro di  Roccazzo.

Spostandoci da qui verso la piazza Plebiscito e poi nella via Carmine, si può visitare l’ex Convento dei Carmelitani, fondato nel 1367, oggi sede del Palazzo Comunale e l’attigua chiesa dei Carmelitani, detta anche Chiesa del Monte Carmèlo, oggi adibita ad Aula Consiliare e sala Conferenze. Nella stessa via il Teatro Garibaldi, eretto nel 1848, e più oltre, all’angolo a sinistra il monumentale edificio del Palazzo dei Cavalieri di Malta, costruito nel 1567, ma più volte rimaneggiato anche in maniera poco ortodossa. Questo palazzo, ex sede della biblioteca comunale ed ora utilizzato come sede di uffici comunali, è delimitato dalla estremità meridionale della via S.Giovanni e si affaccia sul piazzale Giovan Battista Quinci.